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La prima rivoluzione

La prima rivoluzione da fare è quella dentro di noi.

 

(Susanna Tamaro)

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Caffè alla nocciola

 "Essere come gli altri vogliono, fare ciò che desiderano, prevedere ed esaudire ogni loro desiderio" – disse – "questo è l’unico modo che io conosca per far vedere al mondo che esisto, che ci sono."

 

Sorseggiava quel caffè, con uno strano gusto di nocciola, mentre pronunciava quelle parole. Occhi bassi, tristi, spenti. Una rassegnazione dipinta su un volto troppo giovane. Una dignità persa per un attimo, dopo quella confessione.

 

"Farmi schiava, per non restare sola. Meglio essere schiava e sapere che qualcuno, anche se per motivi più o meno orrendi magari, ricercherà la tua presenza, la tua compagnia, i tuoi servizi, che essere sola. Sola, con te stessa." – continuò.

 

Un venticello leggero accarezzava le fronde alte della siepe, quel muro verde tanto alto da creare un’oasi protetta, un angolo di purezza, di tranquillità, di semplice e raffinata poesia, lì tra quelle auto, quel viavai di gente, tra quelle vetrine luccicanti di cose costose e decisamente inutili. Bisogni effimeri di una società che ormai affonda le proprie radici nella sabbia.

 

"La solitudine mi uccide. E’ quanto di più brutto possa esserci, nell’esistenza di una persona. Una persona non è una persona se non c’è un altro essere umano a vederlo, a sentirlo, a toccarlo… Una persona sola non è diverso da un albero, da un tavolo, da questa tazzina trasparente che ho in mano. Nessuno può esistere da solo. Nessuno può salvarsi dalla follia, se resta solo".

 

L’ultima goccia di quello strano caffè aveva un’aroma di nocciola ancora più intenso e pieno. Le infuse calore, un senso di buono che dalle papille si difondeva sino alle punte dei capelli, tratteggiandole un abbozzo di sorriso tra le gote di quel viso bianco e cencioso.

 

Si alzò repentina, quasi volesse spogliarsi di quelle debolezze, come se con un movimento rapido dei muscoli potesse disperdere nell’aria la confessione che appena aveva fatto, a qualcuno che – ne era certa – non avrebbe capito mai sino in fondo.

 

Lasciò la mancia per il cameriere sul tavolo e, fiera, buttando lo sguardo di qui e di là tra le coppe di crema di pistacchio e le creme caramel alla vaniglia, si diresse dritta come un fuso, verso il suo consueto e abusato destino.

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Leggero… nel vestito migliore…

Io di leggero vorrei avere il flusso dei pensieri ed il cuore.

Mi hanno spiegato anni fa, che il modo migliore per sentirsi legeri è iniziare a respirare.

La cosa migliore da fare, in questo weekend, sarà allora mettere in circolo aria pura: tutta quella che i miei polmoni riusciranno ad incamerare. Senza trattere il respiro, senza fiato, senza affanno. A spezzare il fiato, spero, siano solo belle notizie

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Energie disperse

Ho mangiato troppo ieri: mi piacerebbe dire che è colpa degli ormoni, del tempo, della bontà di una cena che alla fine non era poi così buona o diversa da migliaia di altre cene consumate sul tavolo della cucina di casa mia, con quella orrenda luce fredda del neon che mi è sempre saputa di grande magazzino.

Ho mangiato troppo perché so che ho bisogno di qualcosa o di qualcuno. Si forse è giusto dire qualcuno. Quando hai qualcuno per la testa, non hai fame, non hai freddo, non hai sete, cammini come sospeso. Galleggi sulle scale di marmo bianco, sull’asfalto ruvido e puzzoso di frizione bruciata, segnato da tracce pesanti di battistrada. Non hai peso, non hai spessore, non hai ombra. Sei luce etere, effimera, intensa, impalpabile. Sei un’esplosione: come quelle che a milioni di anni luce sicuramente avvengono, trasformando materia incandescente in scintille di stelle. Galassie lontane.

L’unica esplosione che ho ottenuto, io, è stata quella della cintola dei pantaloni, dentro i quali, un tempo, nuotavo. Sarà che non ho mai imparato a nuotarci bene nella vita. Ho sempre avuto così paura di non deludere nessuno, che senza braccioli e ciambellone, senza conferme che a tutti stesse bene così come stavo facendo, alla fine, al massimo, ho appreso ad annaspare a pelo d’acqua.

Temo che sia così: il timore di non essere all’altezza e la responsabilità di essere come tu mi vuoi.

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L’infruttuosità di certe giornate mi rende consapevole dello spreco che faccio di tempo e di energie

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Un solletico alla gola e le spalle doloranti dopo un sano allenamento, mi ricordano che è mattino. Un mattino di quelli nebbiosi, di quelli che se ne vedono tanti nella mia città, che avvolgono di polvere d’argento i muri delle case, le strade, gli alberi: ogni cosa e ogni persona sembra quasi essere protetta allo sguardo altrui e invischiata in una dimensione a metà tra l’onirico e l’angoscioso. Se la nebbia può proteggerti, può anche celare pericoli.

Si camminava più piano del solito per le strade: la prima giornata di fendinebbia dopo mesi di pausa.

Questi toni di grigio, di bianco, di acciaio temprato, di chiaroscuro mi fanno quasi sentire quel tepore di cucina a legna, di castagne, di crema di vino che inondavano i pomeriggi autunnali in campagna con i nonni. Non è nostalgia, non è tristezza, non è nulla se non una normale evoluzione dei tempi e delle persone: ogni evoluzione implica cambiamento che è parimenti un perdere qualcosa per ritrovare altro. Non sempre di meglio.

E così, mentre sorrido a questa giornata, penso alle nuove evoluzioni a cui posso andare incontro.

 

 

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E’ un venerdì. Uno di quelli che pensi: "per fortuna la settimana è finita". Si, sta finendo anche settembre. Era da tempo che non mi capitava di vivere un mese interminabile, di quelli impastati di nostalgie, di frustrazioni, di soddisfazioni scarse… di quelli in cui ti senti l’essere più solo del mondo: tu e i tuoi pensieri… che poi almeno cambiassero! Sempre i medesimi.

Sarà come le gestazioni lunghe: prima o poi partorisci un’idea,  un pensiero, una svolta. Inseguo lucciole. Puntini luminosi che si agitano tra le palpebre socchiuse, seducendo la mia fantasia. I sogni, seppure ormai siano radi, quasi sempre in bianco e nero, sono pur sempre sogni di felicità.

So che questa è la vocazione a cui tutti siamo chiamati: la felicità.

So che la felicità è effimera: come un battito di ali di una farfalla… svolazza intorno a te, ti strappa un senso di leggerezza, di euforia. Poi passa. Così. E’ naturale che sia così. E per quanto mi affanni a pensare ad un’altra vita, ad un’altra me, alle rinunce fatte, ai rimpianti, per quanto certe mattine i miei occhi si fissino sempre sulle targhe delle auto, per quanto altrettante volte avrei voglia di darmi un pizzicotto o un pugno sulla coscia magari, perché quel dolore fisico mi risparmi da tormenti mentali, mi riporti alla realtà… ecco… Nonostante mille e più cose, sono grata a Dio di esserci. E se la solitudine e i rimpianti sembrano essere il mio destino, attualmente, so che il bello è proprio lì: spiazzare le certezze.

 

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23 settembre

Mi sento il cuore piccolo così: un’amica verrà operata lunedì per togliere un nodulo al seno di ben 3cm.
Inutile discutere sul fatto che per una banale visita senologica le hanno fatto la prenotazione per ottobre… 2012 ovviamente
Inutile dire che è ampiamente preoccupata, per quanto l’abbiano rassicurata tutti i medici e gli specialisti.
Inutile dire… qualsiasi cosa. E’ davvero inutile.
"Quando si è nel ballo bisogna ballare" mi ha detto poco fa, incoraggiandosi da sola. E sono certa che tutto andrà bene. E’ una tosta lei.

Ho il cuore piccolo così perchè una mamma, una cliente, si è messea a piangere qui in ufficio mentre le sistemavo delle pratiche. Sulle prime mi ero parecchio irrigidita: era stata molto aggressiva nei miei confronti per via di un rimborso che pretendeva ma che non le spettava e che non avrei potuto farle ottenere in alcun modo.
Piano piano scopro che, seppure poco delicatamente, intrattiene una lunga conversazione al cellulare qui davanti a me… è davvero in balia di una nube nera emotiva e fisica.
Le è morto il marito alcuni anni fa, non si è più ripresa.
Meno di un anno dopo ha avuto un incidente in autostrada: rimasta gravemente ferita, ora si è ripresa, ma vederle quella cicatrice sul braccio e il viso sempre troppo gonfio rispetto a prima, mi induce un senso di dolore e di tristezza profondo.
Si aggiunge il fatto che questo aprile l’hanno denunciata per una omissione di soccorso (falsa: avevano sbagliato targa) ma le tocca comunque aver a che fare con questure e avvocati.
Ieri, completata la sua conversazione, mi confessa di essere al telefono con la sorella del defunto marito, che ha intrapreso una radioterapia per un carcinoma mammario. Poi lacrime a fiumi.
Mi sento imbarazzata. Non è la prima volta che mi capita che i cilenti si confidano con me, che si commuovono. Dice che dovrebbe operarsi alla schiena (altro strascisco del famoso incidente in autostrada) ma non se la sente, perché la nuora ha lasciato il figlio e la loro bambina di sei anni per tornare da un suo ex fidanzato.

Insomma… per chi come me in questo periodo non è proprio lo specchio della vitalità e dell’autostima, sentirsi investita da questi importanti problemi ha un duplice effetto: da un lato fa sentire stra fortunati per avere una vita tutto sommato noisamente tranquilla, dall’altro infonde rabbia… Il destino, nome che magari qualcuno avrà inventato per farci credere che la nsotra vita sia già scritta, non ha rispetto per nulla e per nessuno.

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20 settembre

In questi due giorni, con acquazzoni improvvisi, presto dimenticati da sprazzi di oro liquido riflesso dalle pozzanghere e dall’asfalto bagnato, continuo a riflettere. Sarà il troppo rifletteer, tra me e me, in silenzio, che mi fa stare peggio.

Non c’è nulla di più vivificante di un sano confronto. Diretto, immediato, intenso. Una sana sfuriata, ad esempio. Sostituibile, se si vuole, con una sfida faccia a faccia con il sacco: giù di pugni e di calci, alti quanto basta per sentire le articolazioni della gamba leggere, vive, non sempre aggrovigliate come i certi chignon scomposti sulla poltrona.

Una chiacchierata, ma una di quelle intense, dove parli fitto fitto, dove dimentichi il tempo, lo spazio, gli odori, i sapori, i sensi, perché è un rapirsi di menti che fuggono e si ritrovano in mondi altri creati da parole e immagini evocate. Una chiacchierata di quelle dove parli di tutto e di niente, dove ti metti a nudo o ti rivesti di luce o di ironia o di stracci o di piume o di desideri di bambina, di ricordi, di umiliazioni, di se e di ma, ma soprattutto di desideri.

O una corsa, giù in pista, con una persona conosciuta appena che ha tutto il fascino e la delicatezza del fiore appena sbocciato, trovato in un angolo ameno del parco: non sai quanto puoi fidarti, non sai quanto puoi essere invasivo, non sai nulla di più che poche cose sueprficiali, marigini accennati di un disegno incompleto.

Ma, concretamente, cosa vorresti fare? cosa vorresti davvero?

Talvolta non vorrei dover potrarmi dietro bagagli sgangherati, vialigie piene di orpelli più pesanti per il cuore e per la mente che per le spalle pur piccole che possiedo. Vorrei prendere il cuore e gettarlo via, così magari, crescerebbe libero e rigoglioso, anziché imprigionato qui, come mi sento io, prigioniera. Per fortuna, il sole fuori e quel verde ancora sfrontato degli alberi e della siepe, come sempre, come da un terzo della mia vita, mi ricordano che esiste un altrove. Sempre. Basta sapergli sorridere. Un’arma segreta, ben nascosta, che quando sarà svelata, piano piano, non avrà pietà di tutti quei dolori e umiliazioni passate… saranno solo ombre di fumo, baffi di tempo che scompariranno nella bruma mattutina d’autunno.

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